Service Desk: oltre alla competenza linguistica

Articolo tratto dal .Punto (il magazine degli atonpeople) e scritto da una collega del Service Desk, team Aton che supporta in 6 lingue diverse migliaia di utenti in tutto il mondo.
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Lost in translation

A: “Devo tradurre questo testo”
B: “Dai a me, lo faccio tradurre dalla sorella dell’amica di mia cugina”

Ecco, un dialogo del genere (traslatelo pure in altre lingue) di norma produce traduzioni come quella qui sotto, tratta dal foglietto illustrativo di un dispositivo medico. Se ci mettiamo pure Voldemort come testimonial facciamo una campagna pubblicitaria con i fiocchi.

Deterge e purifica in naso. Il getto consente un lavaggio in profondità e il trattamento attivo e dinamico delle fosse nasali. Ideale per rimuovere efficacemente il naso.

Oppure mettiamo la Canalis a interpretare De Niro al festival di Sanremo del 2011, bella sì, ma potremmo non dire altrettanto brava. Insomma, questo per dire che tradurre o interpretare non è da tutti.

Cominciamo intanto con una netta distinzione: il traduttore e l’interprete, due professioni spesso confuse, ma molto ben distinte. Il traduttore scrive, l’interprete parla. L’interprete ha bisogno di sviluppare competenze cognitive che gli permettano allo stesso tempo di ascoltare una lingua straniera e parlare simultaneamente in un’altra, il traduttore deve conoscere perfettamente allo scritto la lingua di partenza e la lingua di arrivo. Entrambi hanno lo scopo di veicolare un messaggio.

Messaggio è la parola chiave, dietro a cui si nascondono mille sfaccettature, possiamo dire che tradurre significa trasmettere una cultura, con tutte le sfumature linguistiche e sintattiche che sono indispensabili per far percepire al lettore di non leggere una traduzione. Affare non da poco questo, è indispensabile una conoscenza approfonditissima delle lingue e delle culture da e verso cui si traduce, cosa che DI SICURO non si può ottenere con un semplice soggiorno studio all’estero, ma anzi spesso sono necessari anni di studi, di ricerca e di pratica! Ne va del buon risultato della traduzione, c’è un esempio molto calzante riguardante un libricino di Antoine de Saint Exupéry: il Piccolo Principe, un’opera degli anni ‘40. Il ragazzino, il principe appunto, vive su un asteroide con una rosa della quale si prende amorevolmente cura, il resto della trama non ci interessa molto, ma vi basti pensare che nella lingua originale, il francese, la rosa era semplicemente un fiore (sostantivo che in francese è di genere femminile.) In italiano, il traduttore ha deciso di utilizzare un iponimo, ovvero un termine più specifico rispetto al più generico fiore, perché in italiano si rischiava di trasmettere il messaggio di una relazione omosessuale tra il ragazzino e il fiore. Pensate allo scandalo di una tale storia nell’Europa degli anni ’40. Motivo per cui è stato tradotto con “rosa”. Questo per far capire che dietro alle scelte, magari banali, ci sono riflessioni ben più ampie di quanto si possa pensare.

Oppure pensiamo a come ci si pone davanti ad alcune parole che non hanno un corrispettivo diretto nella lingua di arrivo, ad esempio in tedesco esiste il “Feierabend” pressoché intraducibile con una parola in italiano ma che rappresenta quel tempo libero dopo la giornata lavorativa. Se invece partiamo dall’italiano, possiamo citare la differenza che la nostra lingua pone tra l’affetto che proviamo per un amico o un familiare e quello che proviamo (si spera) per il nostro partner. In inglese, francese e tedesco, ad esempio, una tale distinzione non esiste, quindi “ti voglio bene” sarà un semplice “I love you”; “je t’aime”; “ich liebe dich”, traduzioni possibili, ma dove il messaggio trasmesso perde in carica culturale. Ogni volta che in film, o libri, mi imbatto in una traduzione letterale di “I love you” detta tra amici mi corre un brivido di orrore lungo la schiena, un po’ come tutte le volte che sento “figliolo” o “campione” nei doppiaggi dei film americani. Chi mai in Italia si rivolge ai ragazzi con “figliolo”?

Provate a pensare come tradurreste in inglese o in un’altra lingua parole tipicamente italiane come: “magari”, “boh”, “dolce far niente”, solo per citare alcuni esempi di insidie traduttive.

La situazione opposta è altrettanto difficile per il traduttore che si trova di fronte a parole omografe e omofone totalmente decontestualizzate. Poniamoci all’interno del nostro contesto informatico: spesso ci troviamo di fronte alla necessità di tradurre in inglese (o altre lingue) la parola “INVIO”, ma senza un contesto è impossibile sapere se si tratta del tasto invio della tastiera (quindi da tradurre in inglese con “ENTER”) o se è un pulsante che permette di trasmettere dei dati (quindi probabilmente da tradurre con “SEND”).

Se non si è certi di aver capito quello che si deve tradurre la regola è: NON TRADURRE. CHIEDI. Ecco perché quando qualcuno ci chiede “mi fai una traduzione?” è bene sapere che dietro a una mera trasposizione di parole da una lingua all’altra si nascondono insidie invisibili e non trascurabili. Non odiateci quando veniamo a chiedere “mi diresti il contesto per favore” lo facciamo per salvaguardare i nasi della gente!